Genitorialità

Genitori che uccidono i figli e si tolgono la vita

genitori che uccidono

Un atto d’amore o di distruzione?

Genitori che uccidono e figli che si tolgono la vita… Ci si chiede spesso quali possano essere le ragioni che spingono un genitore a uccidere i propri figli e in seguito a uccidersi.

Come si riesce a dominare e annullare l’istinto naturale di protezione dei propri figli fino ad ucciderli con le proprie mani? Quale senso assume e cosa scatta nella mente di un genitore capace di fare tutto ciò?

Bowlby (1956) teorizza l’attaccamento come: predisposizione biologica del piccolo verso la persona che gli assicura la sopravvivenza, prendendosi cura di lui. Un legame che unisce due persone nello spazio e si protrae nel tempo. Un bisogno fisiologico ma, in termini evoluzionistici, determina l’aumento della capacità di adattamento e favorisce la protezione dai predatori.

Ma è possibile che un atto distruttivo come l’uccidere il proprio figlio assuma il significato nobile della protezione?

genitori che uccidonoPurtroppo, sempre più spesso assistiamo a fatti di cronica dove avviene proprio questo. Storie di disperazione, malattie gravi o croniche che portano i genitori all’esasperazione; coppie che si lasciano e che si vendicano togliendo la vita ai propri figli come se l’unica possibilità di annullare il dolore fosse provocarne uno altrettanto grande e intenso.

Genitori che uccidono, questo orribile gesto può avere origini diverse: l’incapacità di sostenere il ruolo genitoriale, la perdita di contatto con la realtà, un disagio psichico serio e non trattato.
La percezione di una realtà devastante, il peso delle responsabilità e la mancanza di consapevolezza inerente il proprio disagio porta talvolta ad una decisione estrema dove uccidere rappresenta l’ultima
responsabilità genitoriale verso i figli, una scelta che diviene il paradosso dell’accudimento: uccidere per
proteggere e proteggersi.

Andarsene sembra essere la soluzione migliore perché gli scenari immaginati di sofferenza che si prolungano in eterno appaiono più drammatici della morte stessa.
Cosa possiamo fare nei confronti di queste persone? Spesso è difficile aiutarle in quanto non viene formulata alcuna richiesta di aiuto. Possiamo però porre attenzione alle richieste indirette, mascherate, alle rinunce continue, al silenzio che si espande nelle varie dimensioni vitali di queste persone. Pensiamo troppo spesso al rispetto del silenzio altrui, della non partecipazione alla vita, in quanto ognuno ha il diritto di vivere come meglio crede. È molto funzionale rispettare gli spazi altrui, ma ogni tanto possiamo autorizzarci ad entrare in punta di piedi e chiedere, parlare, esserci…

Rivolgersi alle strutture e agli specialisti che possono fare qualcosa di concreto per uscire dalla trappola delle soluzioni che non esistono.

Perchè esserci e parlarne aiuta…

Lindita Prendi,  Silvia Bonini, Davide Lacangellera, Luca Pianigiani.

Qui il link all’articolo su Parlarne aiuta.

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