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Né con te, né senza di te: la dipendenza affettiva

La dipendenza affettiva

 

Lucia riferisce di essere “un morto che cammina”, continuamente con il telefono in mano, in attesa del suono che l’avvisi della ricezione di un messaggio o di una telefonata. Le sue giornate sono ormai scandite dall’attesa, dai ricordi e dal bisogno compulsivo di Lui. Non mangia, non esce, non vive più… Cerca disperatamente di risollevarsi, di aggrapparsi a tutti i validi motivi che ha per considerare la sua vita degna di essere chiamata tale, ma vaga tra le rovine dell’anima, prigioniera dei suoi castelli del cuore…

Tutti noi abbiamo bisogno degli altri che in qualche misura ci sono indispensabili. La fiducia in noi stessi, l’autostima, la capacità di autoregolarci tra bisogni e conferme dipende anche dalle approvazioni e dalle risposte che ci arrivano dall’esterno. Il livello di comunicazione e di relazione che ognuno di noi stabilisce con se stesso, gli altri e il mondo diviene il regolatore del nostro modo di vivere la nostra realtà a seconda degli effetti che provocano e il modo in cui noi li percepiamo a livello mentale, emotivo e comportamentale.

Se da questo punto di vista quindi siamo destinati a dipendere dagli altri, dall’altro, una vera e propria indipendenza sarebbe deleteria alla nostra natura e allo sviluppo funzionale del nostro modo di essere. La dipendenza affettiva patologica viene classificata tra le “New Addiction”, nuove dipendenze di tipo comportamentale nel DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (American Psychiatric Association, 2013), tra cui si ritrovano i vari tipi di dipendenze, come la dipendenza da internet, il gioco d’azzardo patologico (GAP), dipendenza da sport ecc. Il malessere e la sofferenza come conseguenza della mancanza del partner possono essere considerati simili alla sindrome da astinenza e gli altri effetti delle dipendenze sopra menzionate.

Ma qual’è il limite tra una “dipendenza” che porta a crescere e quella che rende una persona prigioniera della propria libertà di amare, comunicare e relazionarsi senza confini?

Un certo grado di dipendenza dal partner è parte di ogni storia d’amore equilibrata, soprattutto nella fase dell’innamoramento, caratterizzata da un forte senso di intimità e passione, in cui il senso di “infinito” è particolarmente presente. Con il tempo però le cose si ridimensionano e il senso di fusione si integra alle dimensioni individuali di entrambi i partner investendo la relazione con le caratteristiche e i bisogni specifici di ciascuno.

Le caratteristiche della persona con dipendenza affettiva

La persona che soffre di dipendenza affettiva mette a disposizione dell’altro tutto il suo essere. Non ci sono limiti di attenzione, di amore, affetto, tempo e spazio per l’altro. Non vi è spazio per i propri bisogni, desideri e passioni. Piace ciò che piace al partner. “Come vuoi tu”; “quando vuoi tu”; “tutto ciò che desideri”; sono solo alcuni esempi che dimostrano quanto l’autonomia individuale verta solo e soltanto in funzione dell’altro.
Vi può essere la tendenza a chiedere continue rassicurazioni e a giustificare le carenze e i comportamenti scorretti dell’altro. Tutto ha un alibi funzionale al proprio bisogno: avere l’altro.

I confini della propria dignità diventano via via talmente sottili che lasciano spazio alla svalutazione di se stessi, dei propri desideri e valori fino a varcare l’onda di una emotività ormai violentata. La rabbia, il dolore, la frustrazione di attenzioni mai ricevute, di una priorità tanto desiderata e calpestata dalla sudditanza percorrono via via l’incapacità della persona a vivere serenamente la relazione e nello stesso tempo, l’impotenza di farne a meno. Quando queste caratteristiche diventano rigide e reiterate nel tempo e assumono il significato di bisogno assoluto dell’altro, il rischio è di cadere nel versante più disfunzionale della relazione, ovvero la dipendenza affettiva patologica.  

La possibilità di andare oltre la fase dell’innamoramento e di amare in modo equilibrato l’altro, infatti, dipende dalla capacità dei singoli di percepirsi e rispettarsi come individui e persone separate. Riconoscere se stessi e l’altro come persone, ognuna con le proprie diversità, favorisce il mantenimento e il proseguo del cammino di una relazione amorosa.

Perché l’altro dovrebbe impegnarsi verso una persona che lo rincorre continuamente e che nel tentativo di recuperare uno spazio, finisce per essere invisibile, svalutata e rinunciataria verso se stessa?

Anche l’amore ha bisogno di confini
Dedicare i propri spazi, le attenzioni e il proprio tempo al partner è uno dei requisiti necessari all’andamento di una relazione amorosa ma questo non dovrebbe intendersi come “vivere per l’altro”. Bisognerebbe promuovere le proprie idee, i propri bisogni e combattere affinché vengano espressi e condivisi nella coppia. Anche l’amore ha bisogno di confini e più si è decisi, sicuri e determinati, più il partner avrà la percezione di una persona su cui fare affidamento, investire e impegnarsi per non perderla. Tutto ha un prezzo, il valore che gli altri ci danno dipende dal valore che diamo a noi stessi.

Tutto ciò che non eleva, abbassa. (Nietzsche)
Organizzarsi per potersi vedere, per poter passare del tempo insieme è uno degli aspetti più belli di una relazione sentimentale. Significa fantasticare e impegnarsi per rendere concreto il desiderio di viversi e condividere esperienze insieme. Quando questo processo lascia lo spazio “all’incastro dell’ultimo momento”, all’occasione o addirittura diviene un compito da assolvere spesso con l’investimento da uno solo dei partner (quello dipendente) questo non è tempo dedicato. Accontentarsi delle briciole e vivere di esse fino alla volta successiva, arco di tempo in cui si viene logorati dalle aspettative a dall’attesa, significa divenire artefici della propria agonia. Le relazioni non vanno elemosinate e soprattutto, il tempo da passare insieme deve essere un tempo curato e scelto. Nella relazione c’è bisogno di spazi dedicati e connotati dal desiderio di essere scelti.

La disponibilità ha un valore
Essere disponibili all’ascolto e presenti nei momenti di difficoltà è un altro aspetto curante qualsiasi tipo di relazione ma quando la disponibilità di esserci diviene una presenza tale che trasforma il proprio modo di aiutare in una vera e propria prostituzione relazionale (Nardone, 2014), la relazione stessa lo subisce. Quando il “fare troppo” e a ogni condizione, quando si fa senza che ci siano richieste specifiche o ritorni dall’altra parte, quando la relazione si trasforma in una relazione prevalentemente di aiuto e si “convoca” l’altro nel caso del bisogno, di tutto possiamo parlare ma non di un rapporto basato sulla valorizzazione reciproca. La disponibilità ha un valore e più la si svende più si è emarginati e considerati non per ciò che si è ma per ciò che si fa.

La relazione deve portare il vostro nome inciso
La rinuncia, l’iperinvestimento di spazio, tempo, attenzioni e sentimento, spesso provocano l’effetto paradossale di essere rifiutati, svalutati e non corrisposti. Questo perché nel tempo si è tracciato quel filo sottile ma solido dell’essere scontati per l’altro. Questo è uno degli errori più compromettenti la relazione e i valori della persona. Ognuno deve pretendere il proprio tempo, il proprio spazio e la propria individualità nella relazione, perché è da esso che dipenderà il valore che assumiamo per l’altro ed è da esso che dipenderà la relazione che verrà stabilita. Quando questo avviene, non sarà necessario combattere per avere uno spazio nella relazione. Sarà essa a portarvi in braccio.

Tutto ciò che è meritato vale l’attesa

Si può stare male e soffrire molto per la mancanza della persona che si ama, per il rispetto mancato, per la dignità ferita, per i tradimenti subiti… Rialzarsi, farsi rispettare non possono avere un valore prestabilito o considerato tale da non pretenderlo. Tutto ciò che è meritato vale la fatica, la perdita, l’attesa…

 

 

 

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